outputGenerato con ElogioFunebre usando l'IA
Amici, famiglia, colleghi, grazie per essere qui oggi, per stringerci insieme nel ricordo di Francesca De Santis, la nostra Checca.
Sono la sua sorella maggiore, e anche solo dirlo fa affiorare un sorriso tra le lacrime, perché “maggiore” ha sempre significato poco tra noi due. Eravamo complici, una coppia di fatto da quando eravamo bambine: lei con gli occhi che sapevano già vedere oltre, io un passo avanti solo per l’età, ma spesso un passo indietro a imparare dalla sua audacia.
Oggi non voglio parlare soltanto della perdita, ma della vita piena e luminosa di Checca.
Voglio che, ascoltandomi, ciascuno riveda quel gesto, quella risata, quel consiglio che le appartenevano e che, lo so, vi hanno toccato.
Francesca era nata il 5 maggio del 1970.
Cresciuta a Bari, mare negli occhi e vento buono nelle vene, ha scelto una strada che non è solo un mestiere, ma una vocazione: si è laureata in scienze infermieristiche e ha passato oltre venticinque anni in pronto soccorso, in prima linea, dove si corre quando tutti gli altri si fermano.
Chi l’ha vista all’opera sa di cosa parlo: coraggiosa come chi non ha paura di entrare nel dolore per portare immediatamente sollievo.
Empatica, con quello sguardo che ti faceva sentire visto e al sicuro in dieci secondi.
Brillante nel trovare soluzioni: una mente rapida, pratica, che ti organizzava l’impossibile con due telefonate e una battuta, perché il suo senso dell’umorismo era contagioso e riempiva le stanze.
Anche quelle del pronto soccorso, anche nei turni più duri, lei riusciva a rendere tutto un po’ più leggero.
E poi c’è la sua vita di mamma.
Madre single della splendida Alessia, che ha cresciuto con una tenerezza forte, concreta, mai mielosa.
Francesca le ha insegnato che l’amore non è un discorso, è la somma dei gesti quotidiani: lo zaino pronto la sera prima, la chiamata all’uscita da scuola, il “dimmi tutto” prima di addormentarsi.
Ale, tu sei la sua gioia più grande, il suo orgoglio senza misura.
E se oggi cerchi la direzione, ricordati che l’hai avuta ogni giorno nel suo esempio: cura dell’altro, lealtà, lavoro ben fatto, gioia condivisa.
Sono i suoi valori, sono diventati i nostri.
Quando penso a Checca, il film che parte subito è quello delle estati a Polignano.
All’alba, noi due a tuffarci quando il paese dormiva ancora, e poi quel suono inconfondibile: la sua risata che rimbalzava tra le scogliere, come quelle rondini che tagliano il cielo.
Era la sua dichiarazione d’amore alla vita, diretta e senza fronzoli.
Ecco, a me mancherà quel rimbalzo.
Mi mancheranno le sue telefonate notturne, quelle che iniziavano con “Oh, senti” e finivano immancabilmente con “Andrà tutto bene”.
Perché con lei, anche le salite avevano un ritmo che ti faceva tenere il passo.
Checca era un cerchio ampio: i nostri genitori, che oggi abbraccio forte, e nostro fratello Matteo, con cui ha condiviso una complicità fatta di prese in giro affettuose e consigli svelti.
E poi Alessia, certo, e un grande cerchio di amici e colleghi che l’hanno amata come si ama chi ti regala, ogni giorno, un pezzo del proprio coraggio.
Lo so che tra voi ci sono tanti che porteranno per sempre nel cuore un suo gesto sul lavoro: una parola giusta, una mano ferma, un “ci sono” detto con la semplicità di chi non ha bisogno di luci.
Fuori dal camice, era mare aperto.
Le sue passioni riempivano i giorni: nuoto all’alba, trekking costiero quando il vento prometteva cielo pulito, la fotografia analogica con quelle macchine che sapeva far parlare, pellicole da attendere e poi da guardare insieme, come se fossero piccoli tesori.
E la cucina pugliese: i taralli fatti in casa che ti accoglievano come una porta sempre socchiusa; il profumo del forno che voleva dire “resta a cena”, anche se non avevi programmato nulla.
Era la sua maniera di dire: siamo qui, insieme, e questo è già molto.
Chi l’ha conosciuta sa che non era infallibile, ma era vera.
Sapeva ridere di sé, sdrammatizzare, e nello stesso tempo pretendere il meglio quando c’era di mezzo la cura e la dignità delle persone.
Non si accontentava del “così va bene”, cercava la soluzione migliore.
La vedevi, piccola e fiera, attraversare il caos del pronto soccorso con la stessa naturalezza con cui attraversava le nostre discussioni in famiglia: ascoltava, rideva, tagliava dritta al punto.
E a quel punto, tutti capivamo cosa era davvero importante.
Vorrei dirle grazie.
Grazie, Checca, per l’esempio quotidiano di coraggio.
Per averci insegnato a non arrenderci, neanche quando la vita ti mette all’angolo.
Per avermi fatto da sorella, da amica, a volte da madre, a volte da figlia, come accade tra chi si vuole bene senza condizioni.
Grazie per quelle albe in mare, per le notti in cui mi hai tenuto sveglia ridendo e per quelle in cui mi hai tenuto sveglia ascoltandomi.
Grazie perché, anche adesso, so che la tua voce continua a dirci: “Andrà tutto bene”, e non come promessa vuota, ma come invito a camminare insieme, passo dopo passo.
A voi colleghi, che l’avete vissuta nel fuoco dei turni, grazie per la vostra presenza qui.
So che ognuno porta un frammento della sua forza.
Portatelo con orgoglio: fate una battuta quando la tensione si taglia col coltello, ricordatevi di mettere una mano sulla spalla, non dimenticate il caffè al collega alle quattro del mattino.
Sono cose piccole, ma erano il suo modo di fare la differenza.
E a voi amici, conservate la leggerezza che lei sapeva accendere: una gita improvvisata, una foto scattata bene, una tavola apparecchiata senza preavviso.
Ai nostri genitori, che oggi vivono il dolore innaturale di salutare una figlia, dico: vi stringo con tutto l’amore che ho.
La vostra Francesca era fiera di voi, della famiglia che avete costruito, e vi assomiglia in ciò che ha di più bello: la cura, la lealtà, la generosità.
A Matteo, compagno di tante risate, dico: continuiamo a farci coraggio a vicenda, come ci ha insegnato lei.
E ad Alessia, che è il centro luminoso di questa storia, voglio dire una cosa che tua madre ripeteva sempre: il bene fatto non si perde, circola.
Tutto quello che tua madre ha seminato in te e intorno a te continua a vivere.
Ogni tua scelta onesta, ogni gesto di cura, ogni obiettivo raggiunto con dedizione sarà il suo passo accanto al tuo.
Quando avrai paura, pensa al suo tuffo all’alba: sembrava freddo, sembrava alto, eppure lei si lanciava.
E una volta in acqua, rideva.
Ricorda quella risata: sarà la tua ancora.
Oggi celebriamo la sua vita, non solo piangiamo la sua assenza.
Celebriamo la donna coraggiosa che ha fatto del lavoro ben fatto una forma d’amore.
La sorella che ha trasformato la complicità in una casa.
La madre che ha saputo educare con l’esempio.
L’amica che ha fatto spazio a tutti, sempre.
La professionista che ha difeso la dignità dei fragili.
La donna che non ha mai smesso di cercare un orizzonte, fosse a nuoto, con lo zaino in spalla sul sentiero, dentro l’inquadratura di una pellicola, o tra il profumo dei taralli appena sfornati.
Ci mancherà.
Ci mancherà la sua capacità di rendere lieve l’insopportabile, di farci ridere quando la notte sembrava troppo lunga, di chiamarci all’improvviso per dirci soltanto: “Ti penso. Andrà tutto bene.”
Ma se oggi chiudiamo gli occhi e la ascoltiamo, la sentiremo ancora.
Nella risata che rimbalza tra le scogliere.
Nel ritmo calmo di un turno che scorre perché qualcuno ha avuto la premura di fare il passo giusto.
Nel clic di una macchina fotografica che cattura la luce buona.
Allora, facciamo una promessa semplice.
Onoriamo Francesca con quello che lei stessa ha scelto ogni giorno: prendiamoci cura gli uni degli altri con lealtà, cerchiamo la soluzione giusta e non la scorciatoia facile, lavoriamo bene e con gioia condivisa.
Regaliamo una risata quando serve, un silenzio quando serve, una mano quando sembra che non basti mai.
Se lo faremo, Francesca sarà qui, tra noi, non solo nel ricordo, ma nell’azione.
Checca, sorella mia, grazie per ogni alba, per ogni complicità, per il coraggio che ci hai lasciato in eredità.
Ti immagino dove ami essere: una linea d’acqua pulita davanti, il sole appena sopra l’orizzonte, la pellicola pronta a catturare il primo lampo di luce.
Noi restiamo qui, ma con lo sguardo puntato allo stesso orizzonte.
E quando avremo paura, ci daremo lo slancio con le tue parole: andrà tutto bene.
Ti vogliamo bene, oggi e sempre.