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Signora Elena, Matteo, Riccardo, care e cari tutti,
grazie per essere qui, in questo momento semplice, come lei avrebbe voluto, con la musica che amava a fare da filo tra i ricordi e il presente.
Siamo riuniti per salutare Sara Conti, per molti di noi Saretta.
E siamo qui per dire ad alta voce quello che nella nostra quotidianità lei ci ha fatto vedere senza tante parole: che la vita si onora vivendo, imparando, includendo, e spalancando porte anche quando sembrano bloccate.
Sara era nata a Bologna il 5 maggio 1979.
Portava la sua città con sé in modo discreto: la concretezza, il gusto per le cose fatte bene, e quell’ironia asciutta che arrivava precisa come una fotografia ben messa a fuoco.
Aveva scelto Ingegneria Gestionale e non è un caso.
Amava le strutture che tengono insieme le idee, i processi che permettono alle persone di dare il meglio.
Ha guidato team in diverse aziende tech, e chi ha lavorato con lei sa che “guidare” per lei significava due cose: responsabilità e fiducia.
Non c’era gergo manageriale, c’era l’esempio.
Arrivava preparata, ascoltava, decideva, e poi rimaneva accanto a chi doveva portare avanti il lavoro, senza fare un passo indietro nei momenti difficili.
Nella nostra azienda abbiamo condiviso più di dieci anni di progetti.
La ricordo la mattina presto, taccuino nello zaino, un caffè preso al volo, e quell’aria di chi è già un passo avanti ma si ferma per capire se tutti hanno messo i lacci alle scarpe.
Era energica, curiosa, determinata.
E sempre pronta a smontare un problema in componenti più piccoli, non per semplificare a tutti i costi, ma per restituirci la fiducia di poterlo affrontare.
La generosità con cui condivideva conoscenza non era un gesto accessorio.
Era il suo modo di dire: “ci arrivate anche voi, venite, vi faccio strada, poi tocca a voi farla ad altri”.
Una delle immagini più chiare che ho di lei è un viaggio di lavoro a Lisbona.
Agenda fitta, riunioni, scadenze.
A un certo punto, con quel suo sorriso di sbieco, ci ha detto: “Abbiamo un’ora: andiamo a caccia dei tram gialli.”
Siamo usciti nell’aria umida del porto, salite, discese, binari che tagliavano le strade come righe in un quaderno.
Lei scattava, rideva, e intanto buttava giù idee su tovaglioli di carta.
Quelli li ho ancora: frecce, appunti, piccoli disegni.
Quel pomeriggio mi ha insegnato una cosa che da allora cerco di non dimenticare: si può fare sul serio senza essere seriosi.
Si può cercare la bellezza mentre si costruisce qualcosa di utile.
E spesso è proprio la bellezza a indicarci la soluzione che non vedevamo.
Fuori dall’ufficio, Sara aveva una vita piena senza essere rumorosa.
Fotografia urbana, trekking in Appennino, libri di saggistica con gli angoli delle pagine piegati, cucina sperimentale che trasformava la tavola in un laboratorio allegro.
Con Lila, la sua cagnolina, scopriva angoli di città come fossero quartieri nuovi ogni volta.
Era l’amica che ti scriveva una sera qualsiasi per condividere un articolo o una foto dicendo “questo ti potrebbe piacere”.
Ed era la collega che, finita la giornata, trovava ancora tempo per un messaggio breve ma pieno: “Ho pensato a come migliorare quel flusso. Domani ti mostro.”
Non era invadenza.
Era cura.
I valori che la muovevano erano chiari e non negoziabili.
Il merito, da intendere come impegno riconosciuto e messo a frutto.
L’inclusione, non a parole ma nei comportamenti: sedersi accanto all’ultimo arrivato e dirgli “raccontami come la vedi”.
L’idea che si impara ogni giorno, e che imparare è più facile quando qualcuno ti apre una finestra.
E poi l’attenzione per chi è all’inizio del percorso.
La sua attività di mentore per giovani professionisti e il volontariato nelle associazioni STEM per ragazze parlano per lei.
Quante volte l’abbiamo vista rientrare da un incontro con le scuole con gli occhi che brillavano: “Hanno fatto domande bellissime. Hanno bisogno di vedere donne che non chiedono permesso per entrare in una stanza tecnica.”
La stessa energia la portava negli hackathon solidali che organizzava, dove l’innovazione non era un esercizio di stile ma un gesto concreto per rispondere a bisogni reali.
A casa, il suo cerchio più stretto era il porto sicuro.
Matteo, la sua presenza complice.
La signora Elena, una madre con cui scambiare ricette e capitoli di vita.
Riccardo, fratello e alleato.
E Lila, a ricordarci che la fedeltà può avere quattro zampe e un guinzaglio.
A voi, che ora abitate la parte più difficile di questo silenzio, vorrei dire grazie a nome di chi l’ha conosciuta al lavoro.
Perché l’abbiamo avuta vicina anche grazie a voi.
E vorrei dirvi che quello che lei ha seminato in tanti di noi continuerà a crescere.
Ci sono decisioni che prenderemo pensando a come le avrebbe poste; ci sono conversazioni che inizieremo con il suo “prima ascoltiamo”; ci sono opportunità che vedremo dove prima notavamo solo vincoli.
Saretta aveva una risata che scioglieva l’aria nelle riunioni tese.
La sentiremo mancare, come mancherà quella sua abitudine di vedere un’opportunità nel punto esatto in cui ci eravamo fermati a elencare problemi.
Ma se oggi ci chiediamo come onorarla, credo che la risposta sia nelle azioni, non negli aggettivi.
Assumere una giovane che ancora non crede abbastanza in sé e affiancarla con pazienza.
Portare una domanda scomoda in un tavolo importante e restare finché non si trova una risposta.
Chiedere “chi manca in questa stanza?” e non iniziare finché non lo si è invitato.
E poi, con la stessa naturalezza, continuare a cercare la luce giusta, come faceva lei dietro un obiettivo.
Nel nostro lavoro, nei cammini sui sentieri, nelle cucine improvvisate, c’è un po’ di spazio per lei.
Basta lasciarlo.
Basta ricordare che l’eccellenza non è fredda, e che la precisione non esclude la tenerezza.
Era brava a ricordarcelo senza fare lezioni.
Una correzione sua non feriva: apriva.
Un complimento suo non adulava: incoraggiava.
Quando diceva “questo è fatto come si deve”, tutti capivamo che non parlava solo dell’esito, ma del percorso condiviso.
Oggi, in questo servizio di cremazione, salutiamo il corpo di Sara e custodiamo ciò che non si consuma.
Le conversazioni che ci hanno cambiato prospettiva.
Le passeggiate dove ha trovato l’inquadratura che mancava.
La fermezza gentile con cui ha difeso una persona o un’idea giusta.
La playlist con cui si caricava al mattino, i brani che le tenevano compagnia.
So che tra questi c’era Fabrizio De André.
Mi piace pensare che, ora, alcune sue parole la accompagnino come hanno accompagnato noi, e che la musica che lei amava continui a tenerci in contatto, in quel modo misterioso in cui una canzone sa tenere viva una presenza.
Se devo scegliere un’ultima immagine, torno a Lisbona.
Lei che guarda il tram giallo curvare piano.
Il mondo si muove, le ruote sferragliano, e nel rumore si apre un varco di tempo.
Lei scatta.
Il gesto è semplice, ma dentro c’è tutto: l’intenzione, l’attenzione, l’amore per un dettaglio che illumina il quadro.
È quello che ha fatto per noi tanti giorni: ha trovato l’angolo da cui tutto prendeva senso.
A nome di chi ha camminato al suo fianco in questi anni, grazie, Sara.
Grazie per l’energia che non spaventava, per la curiosità che non giudicava, per la determinazione che non schiacciava, per l’ironia che alleggeriva senza sminuire.
Grazie per la conoscenza condivisa senza contatori.
Grazie per le porte che hai aperto e per i “venite” detti a voce bassa ma chiara.
A voi, Matteo, signora Elena, Riccardo, e a te, Lila, che oggi la cercate in ogni gesto di casa, un abbraccio fermo.
Porteremo avanti ciò che lei ha iniziato.
Terremo viva la sua risata nelle nostre stanze.
E quando il lavoro ci sembrerà troppo grande, tireremo fuori un tovagliolo, disegneremo due frecce, e ci ricorderemo che le soluzioni a volte nascono tra una corsa e un sorriso.
Ciao, Saretta.
Ti lasciamo andare con delicatezza, come si fa con le cose preziose.
Rimani con noi in ciò che facciamo bene e in come lo facciamo insieme.
E quando sentiremo una canzone di De André o vedremo un tram giallo spuntare da una curva, sapremo dove guardare per ritrovarti.