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Signore e Signori,
grazie per essere qui oggi, in questo servizio di cremazione, per accompagnare Chiara Romano — per molti di noi semplicemente Chià — con la stessa attenzione e delicatezza con cui Lei ha accompagnato le nostre vite.
Ci siamo riuniti non solo per dire addio, ma per restituirLe, con riconoscenza, il bene che ci ha donato.
E per celebrare una vita intensa, chiara nel nome e luminosa nei fatti.
Chiara è nata a Firenze il 28 gennaio 1982.
In quella città di pietra e luce ha messo le radici: la curiosità, la misura, la bellezza come bussola.
Si è laureata in economia e, con una determinazione gentile, ha trasformato numeri e grafici in storie che parlavano alle persone.
Ha lavorato tra Firenze e Torino — due città diverse, due ritmi, due accenti — e lei sapeva unirli in un’unica voce: concreta, creativa, onesta.
In azienda Chià è stata una marketing manager capace di vedere prima degli altri l’angolo giusto da cui guardare un problema.
Ma soprattutto, è stata una mentore: sapeva riconoscere il talento quando era ancora un seme, e lo proteggeva con pazienza, aria e acqua, come si fa con le cose che contano.
La sua “meritocrazia gentile” non era uno slogan: era una pratica quotidiana fatta di ascolto, obiettivi chiari, feedback onesti ma rispettosi.
È così che si valorizzano gli altri: senza rumore, con precisione e fiducia.
Ricordo una mattina in cui tutto sembrava più grande di me.
Una presentazione complicata, aspettative alte, e io con l’ansia che mordeva.
Poco prima di salire sul palco, Chià mi prese la mano dietro le quinte, guardò il tempo sull’orologio come si guarda il vento prima di partire, e disse soltanto: “Andrà bene. Respira con me.”
Non era magia. Era leadership.
Abbiamo respirato, siamo entrati, ed è andata benissimo.
Da quel giorno, ogni volta che una stanza mi sembra troppo grande, risento quella voce sobria che non ordina, ma accompagna.
Chiara era determinata, luminosa, curiosa.
Aveva un’energia non rumorosa, che non schiacciava mai nessuno.
Le sue idee accendevano la stanza, non la travolgevano: la illuminavano.
E poi c’era quella risata del venerdì, un piccolo rito laico che segnava il passaggio dalla settimana alla vita.
Ci mancherà.
Come ci mancheranno i suoi “torniamo ai fatti” quando le discussioni scivolavano nei pregiudizi; e i suoi “chi è il prossimo?” quando c’era da dare spazio a chi parlava meno.
Non ha mai separato il lavoro dai valori.
Credeva nel coraggio, nella trasparenza, nella sostenibilità.
Non parole incorniciate, ma criteri di scelta.
È stata promotrice convinta di progetti di responsabilità sociale d’impresa: per lei un’azienda vale se sa restituire al territorio e alle persone una parte del proprio successo.
E ha voluto di più: ha avviato una borsa di studio interna per giovani tirocinanti.
Non portava il suo nome, per scelta.
Diceva che il vero riconoscimento è vedere gli altri andare lontano.
Oggi, tutti noi sappiamo che quella borsa deve continuare.
È il modo più semplice e più giusto per trasformare il dolore in occasione, come lei avrebbe fatto.
Fuori dall’ufficio, Chiara era una cittadina attentissima.
Amava l’arte contemporanea: non per tendenza, ma perché lì vedeva le domande nuove.
I musei e le mostre erano la sua palestra per i pensieri.
Viaggiava in treno, con quel gusto per il tempo che scorre e per i paesaggi che cambiano lentamente.
Faceva yoga, con la stessa disciplina sorridente con cui impostava un piano di progetto.
E in cucina, la pazienza del lievito madre: ore, profumi, mani infarinate.
Il pane era spesso il suo modo di dire “sono con voi”, senza troppe parole.
A volte lo portava in ufficio, e c’era più squadra in quella pagnotta condivisa che in molte riunioni.
In città la si riconosceva anche in bicicletta: ciclismo urbano come scelta e come stile.
Traffico, semafori, pioggia: lei passava leggera, come se ogni imprevisto fosse solo una curva in più.
Credo che la sua idea di sostenibilità fosse tutta lì: non un sacrificio, ma un’abitudine intelligente.
E poi il volontariato.
Chià dedicava tempo a una onlus per l’educazione digitale.
Perché sapeva che il futuro non è equo se l’accesso alla conoscenza non è per tutti.
Mi raccontava dei corsi serali con signore che imparavano a fare una videochiamata ai nipoti, di ragazzi che scoprivano come cercare notizie affidabili.
Non c’era retorica.
C’era una mano tesa, e l’umiltà di imparare insieme.
Oggi il nostro grazie va anche alle persone che hanno condiviso la sua vita più da vicino.
A Marco, compagno presente, discreto e forte.
A Luca, fratello maggiore, con cui scambiava sguardi che dicevano più di molte frasi.
A Sofia, la nipote di cui parlava con quell’orgoglio calmo che solo gli zii sanno avere: gli occhi che brillano e la frase “vedrai che mondo farà” detta a mezza voce.
A loro va il nostro abbraccio e la nostra promessa: la comunità che Chià ha costruito vi è accanto, oggi e nei giorni che vengono.
Quando si perde una persona a 42 anni, la prima tentazione è contare ciò che manca.
È naturale.
Ma Chiara ci ha insegnato a contare anche ciò che c’è.
E allora proviamo.
C’è il coraggio delle scelte nette, senza ferire nessuno.
C’è la trasparenza dei processi, non solo delle intenzioni.
C’è l’idea che si possa pretendere qualità e insieme custodire le persone.
C’è una rete di colleghi che si sono scoperti amici.
C’è una cultura del lavoro che non si dimentica, perché ha cambiato il modo in cui stiamo insieme.
La verità è che Chià sapeva far fiorire gli altri.
Si sedeva accanto, non davanti.
Faceva domande che non ti facevano sentire piccolo, ma capace.
Quando arrivavano i suoi feedback, non c’era mai un “hai sbagliato e basta”.
C’era sempre un “vedi se così funziona meglio”.
Così si costruisce fiducia.
Così si costruisce futuro.
Qualcuno oggi ci ha chiesto come ricordarla senza cedere ai luoghi comuni.
Io credo con gesti precisi.
Portando avanti la borsa di studio che ha avviato.
Dando spazio a chi non lo ha mai chiesto ma lo merita.
Facendo una domanda in più prima di dare un giudizio.
Prendendoci il tempo del respiro prima di una decisione affrettata.
E magari, il venerdì, lasciando che una risata sciolga la settimana e apra la porta al fine settimana con un po’ di leggerezza.
Penso anche a questa cerimonia, al fuoco che oggi trasforma.
Non è solo un congedo.
È un passaggio.
Il calore che consuma è lo stesso che, in qualche modo, ci ricorda che siamo vivi.
Che abbiamo ancora la possibilità — e la responsabilità — di fare bene il nostro tratto di strada.
Se cerchiamo Chiara nei prossimi giorni, la troveremo dove ha scelto di stare sempre: nelle relazioni che ha intrecciato, nei progetti che ha acceso, nelle opportunità che ha aperto.
Per parte mia, so che quando sarò di nuovo dietro le quinte di qualcosa di importante, sentirò la sua mano immaginaria stringere la mia.
“Respira con me.”
E allora proverò a respirare come faceva lei: con coraggio, con trasparenza, con quella meritocrazia gentile che non esclude nessuno.
E poi entrerò nella stanza, ricordandomi che le buone idee fanno luce, ma non accecano.
Grazie, Chià, per la cura che ci hai insegnato.
Per i musei che ci hai fatto scoprire, per i treni presi a caso per vedere cosa c’era alla fermata dopo, per il pane diviso a fette spesse.
Per la risata del venerdì e per la serietà del lunedì.
Per i no che servivano e per i sì che aprivano strade.
A Marco, a Luca, a Sofia, e a tutta la famiglia, vorrei dire questo:
oggi il dolore pesa, e non c’è formula che lo alleggerisca davvero.
Ma intorno a voi c’è una comunità che Chiara ha messo in piedi pezzo dopo pezzo, spesso senza dirlo.
Siamo qui.
Non soltanto oggi.
Nei giorni normali, quelli in cui manca un messaggio a metà mattina, una telefonata nel tardo pomeriggio, una risata al momento giusto.
La memoria più fedele è la continuità dei gesti.
E a noi colleghi, amici, compagni di tratte e di treni, resta un compito semplice e grande:
continuare.
Continuare i progetti che ha iniziato.
Continuare a difendere la qualità senza sacrificare la gentilezza.
Continuare a scegliere il bene possibile, ogni volta che ci è dato scegliere.
Oggi, mentre il fuoco compie il suo lavoro silenzioso, ci teniamo stretti a ciò che non brucia:
il senso che Chiara ha dato alle cose.
Se lo portiamo con noi, non la perdiamo.
La trasformiamo nella parte migliore di ciò che faremo da domani.
Grazie, Chiara.
Per come ci ha guardati, per come ci ha fatti crescere, per come ci ha fatto ridere.
Ci lasci un’eredità che non si mette su una targa: si mette in pratica.
E noi — glielo promettiamo — la metteremo in pratica.